Scrigni d'alta quota

Riportare equilibrio negli ecosistemi di montagna è arduo. I ghiacciai fondono e molta della biodiversità animale e vegetale va perdendosi. Per fortuna, talvolta, è la natura stessa a trovare soluzioni creative

Nelle Alpi Giulie sopravvivono, con alterne fortune, i 7 corpi glaciali della regione ed è responsabilità dei ricercatori dell’Istituto di Scienze Polari del CNR monitorarne lo stato di salute

Le estati sono lunghe e caldissime mentre, in quota, gli inverni sono più umidi e dunque portano tanta neve, autentica manna dal cielo per i ghiacciai

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Il gruppo Montasio-Canin è la regione montuosa dove ci sono i ghiacciai definiti ‘resilienti’ perché, grazie a vari fattori ambientali, resistono meglio degli altri alla fusione

I ghiacciai resilienti

Il ghiacciaio del Monte Canin e quello del Montasio (due ghiacciai di bassa quota, entro i 2300 metri di altitudine) hanno destini paralleli.

Nell’arco di un secolo il primo ha perso l’84% della sua estensione e anche il suo ‘cugino’ si è ridotto di parecchio.

Ma per entrambi c’è speranza. I ricercatori li hanno definiti, infatti, ghiacciai ‘resilienti’ perché resistono alla fusione e alle alte temperature (soprattutto estive, che oggi sono in media 3.6 gradi più alte di quelle registrate negli anni ‘60) grazie a due fattori: il forte innevamento invernale, che compensa le perdite, e la protezione offerta da masse di detriti che fungono da ‘coperta’ riparandoli dal calore e dalla luce solare.

Il clima di ieri

Approfondimento ➞

Alla fine del secolo scorso la lince era quasi del tutto scomparsa dall’Europa continentale. Ci sono voluti anni per ricostruirne le popolazioni

Oggi reintrodurne degli esemplari in natura significa scontrarsi anche contro le resistenze dell’opinione pubblica che ha riscoperto la paura atavica dei predatori

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Prima di essere liberate, le linci che arrivano in Italia dalla Slovacchia e dalla Romania vengono tenute in cattività così da farle adattare al nuovo ambiente

Il Consorzio Boschi Carnici gestisce aree verdi che ricadono nei territori di 18 comuni della Carnia. Un patrimonio naturale unico nel suo genere

La presenza, entro i suoi confini, di piccole proprietà private lasciate in stato di abbandono crea però problemi nella pianificazione boschiva. Il ‘forest sharing’ può essere la soluzione

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La gestione forestale del futuro

La gestione forestale è una faccenda complicata, soprattutto nell’era della crisi climatica. Correva l’anno 2018 quando la tempesta Vaia colpì, tra le altre regioni del nord-est, anche il Friuli Venezia Giulia causando l’abbattimento di una grande quantità di alberi, equivalente a 800.000 metri cubi di legname.

Grazie al sistema della gestione condivisa pubblico-privata (che ora sta entrando pienamente a regime) i tecnici del Consorzio dei Boschi Carnici hanno potuto, nei 3 anni successivi alla tempesta, operare su 3.400 ettari di bosco ricadenti in oltre 20 comuni della Carnia (oltre che nelle aree di propria competenza), recuperando in totale 134.7200 metri cubi di legname.

La ‘piccola Vaia’ che ha colpito i boschi nel luglio del 2023 ha ridestato in molti il ricordo della drammatica tempesta che nel 2018 si abbatté sul Nord-Est italiano

Il Consorzio ha emesso anche migliaia di crediti di carbonio per compensare le emissioni di CO2 di aziende e soggetti industriali della regione

Nel 2022 i boschi carnici hanno ottenuto lo standard PEFC che certifica la qualità dei servizi ecosistemici e la capacità di stoccare anidride carbonica

Il primo ad acquistare i crediti è stato CAFC, attore regionale del servizio idrico integrato, che calcola ogni anno la sua impronta carbonica a partire dal 2021

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